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duecalzini
..le storie riportate, in questo blog e i dialoghi…sono frutto di fantasia, forse plausibili.. l’autore, duecalzini, ha l’unica presunzione di ritenere che possano essere di una qualche utilità per la comprensione dell’uomo..nient’altro..
 
 
 
 
           
       



L'origine di tutti i peccati è
il senso d'inferiorità-
detto altresì ambizione.

Mostra immagine a dimensione intera

conosco uno sciocco
che ha rifiutato d'imparare
in giovinezza le regole
del gioco, perduto dietro chimere,
e ora le chimere sfumano
e il gioco lo stritola







"Non ricerchi ora le risposte che non
possono esserle date, perchè non le
potrebbe vivere.Mentre si tratta appunto
di vivere tutto.Ora viva le domande.
Forse così, a poco a poco, senza
rendersene conto, si troverà un giorno
lontano a vivere le risposte."
Rainer M. Rilke



preferire la parola, senza memoria,
senza riflessione è come scrivere...
senza possedere un'ordine..
nei segni usati..


L'uomo mortale non ha che questo d'immortale.
Il ricordo che porta e il ricordo che lascia..
..ho lavorato, ho dato poesia agli uomini,
ho condiviso le pene di molti..
.ho cercato me stesso.


Non oro
ma strame
cercano gli asini
eraclito



Mai vi manchi ricchezza
uomini di Efesto
che vi dimostri delinquenti
Eraclito



Non si sà dare gioia che..
agli esseri che si conoscono, e..
l'amore è la perfezione
di una conoscenza...come l'odio!




Sulla terra l'uomo è un ospite;
eppure si sente padrone,
non solo di questa ma, anche..
di animali, piante, cielo, minerali, acqua!



per scrivere occorre pensare,
in ciò sta la fatica!




il freddo vuoto,
che entra nel corpo..
la luminosità diffusa,
nella..densità dell'aria!
 


vorrei avere una vita vaga








vi è distanza tra ciò che
sale alle labbra e
passa per la mano 
tutto procede alle labbra

qualche briciola passa tra le dita

 

Sono fuori di me
e sto in pensiero
perche' non mi vedo rientrare.
Protesta chi si espone, chi rischia, non chi dice cose ovvie che vanno bene per tutti, esclusi i matti s'intende.
     



memorare di San Bernardo


Ricordati, o piissima Vergine Maria,

che non si è mai inteso dire al mondo

che alcuno,

ricorrendo alla tua protezione,

implorando il tuo aiuto,

chiedendo il tuo patrocinio,

sia stato da te abbandonato. 

Animato da tale fiducia,

a te vengo con le lacrime agli occhi;

colpevole di mille peccati

mi prostro ai tuoi piedi

per domandarti pietà.
Non volere, o madre di Gesù,

disprezzare le mie suppliche,

ma benigna ascoltale

ed esaudiscile. Amen.

 





































































































































































































 

 

 

 
6 novembre 2014




...capita che si allontani dalle selve nelle quali ama vivere, arriva ai margini dell’abitato, qualche volte, solo a notte fonda. si avvicina al cuore del paese....ha preso confidenza con gesti espressioni.. li vede aprire la bocca..far movimenti.....

è capitato che avvicinassero, le labbra, fino a toccarsi.. gli occhi placati..
ne ha imparato il linguaggio, gli usi, i gusti, sembrano felici di essere assieme.. ma ..
..ha sempre saputo di non saper fare parte di quel mondo..
..vivere tra la gente è come sentirsi foglia sbattuta, viene il bisogno d’isolarsi di scansare il determinismo di tutte quelle palline da prestigiatore, mosse da forze ignote..




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5 ottobre 2014






Vi è una ossessiva tendenza alla “riduzione”: tutto quello che è difficile, oscuro, caotico deve essere ricondotto a qualcosa di apparentemente preciso. E’ una sorta di esorcismo ostile alla vita! Ho raggiunto l’età in cui succede che qualcuno sul metrò si alzi per cedermi il posto. Scrive Marc Augé scavando nei propri ricordi personali per sviluppare una riflessione sul tempo che passa: <<Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo>>! Il grande antropologo mette i
n evidenza la differenza tra il tempo e l’età. Perché sono gli altri a dire che siamo vecchi o giovani, a definirci secondo luoghi comuni ma questa etichetta resta superficiale e lontana da quel che avvertiamo dentro di noi. Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo, fuori dal tempo! La vita dell’uomo è cadenzata da passaggi che avvengono tra due grandi porte, entrambe senza possibilità di ritorno, modificando ad ogni passaggio equilibri e mediazioni con il mondo esterno…dal primo inspiro sino all'ultimo espiro. E ‘solo cosi che noi sperimentiamo e spieghiamo il movimento del tempo, perché il tempo, in se, è immobile ed eterno!




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3 settembre 2014







... tuttavia siamo incapaci di comunicare quanto in noi è' ancora indefinito a causa di eventi e incontri che dissestano schemi e certezze e fatichiamo a dipanare il groviglio. Non vi è confessore, terapeuta o amico, padre, madre o fratello a cui chiedere aiuto e affidare la ricerca della soluzione. Tantomeno a Dio. Quello è' il luogo della nostra libertà, esigiamo il diritto di sbagliare da soli!




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2 settembre 2014



Vi è sempre un vuoto tra quel che ci attendiamo dalla nostra capacità di amare e quel che l’altro è in grado di dare. Non dovrebbero esservi simmetrie! Ognuno da quel che ha e può. Solo la continuità ne dà la misura a nulla servono i proclami all’inizio di un amore. Posso ritenerlo un dono o uno scippo e riempire del significato che privilegio quel vuoto. In questa scelta vi è parecchio di me, delle mie ferite e sensibilità, dei miei desideri e sogni.




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25 agosto 2014







E’ assai faticoso accogliere totalmente l’altro, accettarlo pienamente così com'è, percepirne bellezza e mistero, sentire assonanze profonde, echi naturali e respingere il desiderio di attaccamento, la mancanza di un abbraccio intenso.

E’ alquanto difficile occupare funzioni, svolgere ruoli anche gerarchici senza fatica e con riconoscimenti evidenti imparando a separarsene quando il momento giunge fissato dal tempo o dalla obsolescenza delle conoscenze, evitando di ridursi come certe patetiche canute glorie incapaci di staccarsi dalla scena, e lasciare solo nei cuori e nelle menti delle persone la memoria della propria presenza, del proprio tratto senza che rimanga alcun brandello di se negli ambienti occupati.
Si diventa adulti, è il compito di una vita, quando le radici su cui poggiare e trarre succo vitale, si scoprono in se stessi e non in oggetti o persone e si apprende, finalmente, il proprio vero nome. Il nome con cui siamo conosciuti in cielo, che ci fa veramente, ognuno, unico, irripetibile e indicibile




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18 agosto 2014





Alcuni uomini, pochi in verità, sono incuriositi dal mondo interiore femminile ma non vi è donna mossa da un simmetrico desiderio di conoscere il mistero dell'uomo! Molte dicono che<<tutto è noto>>





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15 agosto 2014







Sono uscito presto, assai prima che sorgesse il sole. Da solo, declinando con garbata determinazione il desiderio, frutto di tenerezza e apprensione, di condividere quanto non può essere condiviso. Non è la prima volta e, spero, non sarà l’ultima, ma sono rare le occasioni. Mi sono seduto con la fatica dell’età e di una vita vissuta, in ogni suo palpito, intensamente nel punto che avevo notato ieri. Protetto alle mie spalle, nessuno avrebbe potuto vedermi e con l’infinito davanti agli occhi Ho notato l’orizzonte diventare sempre più chiaro e poi rosso. Non sapevo il punto esatto dove sarebbe sorto il sole, ma prima del suo sorgere ho visto la luna che stava tramontando in quel momento, poi un rosso intenso ha rivestito l’orizzonte. Le poche nubi erano belle come nessun dipinto potrebbe descriverle. Ho sentito intensamente la gioia di esistere, di essere in quel luogo, di farne parte, di esserci. Percepivo con tutti i sensi del corpo e dello spirito la mia consistenza a dispetto di tutte le alienazioni che attraversano la mia giornata ordinaria e cosi impegnata. Mi sono fermato fino allo spuntare del sole a lungo pieno di stupore. Gli uccelli cantavano in modo stupendo e pareva eseguissero il ballo di benvenuto al sole. E’ durato poco fino all’inizio dei rumori del mondo che si stava svegliando poi il mio sguardo è cambiato. Ho cominciato ad “osservare” quanto stava accadendo e ho smesso di “guardare”. Perché c’è differenza tra osservare e guardare! Quando si osserva si vogliono raccogliere delle conoscenze e delle informazioni. Si vuole raggiungere qualcosa. Il semplice guardare, invece, non vuole raggiungere nulla. Dal guardare del tutto disinteressato nasce l’amore per ciò che si è guardato, così com’è. E’ da questo “guardare” disinteressato che si fa l’esperienza radicale e indescrivibile dell’amore per una donna, per il Creato, per Dio. E’ l’altro che dà forma al mio amore non il contrario.




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15 agosto 2014





«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. «Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali».

«Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».

Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912.




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12 agosto 2014






Ogni istante nella vita di ognuno è un cristallo di emozioni, sensazioni, intuizioni. Non basterebbero mille libri per descrivere un ora di vita!


I Terapeuti, di cui parla Filone d'Alessandria, Ebreo di cultura ellenista, furono contemporanei di Gesù Cristo ed erano uomini e donne puri e saggi di tradizione ebraica, ma di cultura sincretistica. A quel tempo erano sparsi in piccoli gruppi dall'Egitto fino alla Grecia la comunità con cui venne in contatto Filone viveva sulle rive del lago Mareotis intorno ad Alessandria. Secondo questo storico, la medicina di cui facevano professione era superiore a qualunque altra perché curava non solo il corpo, ma anche la psiche, l'Anima nell'accezione più ampia.
I Terapeuti non erano Esseni, il loro modo di vivere era sobrio e severo, interamente votato allo studio delle scritture, ma non era influenzato dalla dimensione apocalittica tipica dell'Essenismo. Per loro la Bibbia era l’incarnazione di Dio e lo spazio tra le parole il suo respiro. Non vi erano regole particolari e soprattutto non era presente alcun "Maestro di Giustizia" proprio degli Esseni. Una nota caratteristica dei Terapeuti era l'unzione con l'olio nel giorno di Shabbat, mentre gli Esseni rifiutavano ogni unzione e ogni massaggio.
Dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato si riunivano in comunità e cantavano inni al Signore che libera dalla schiavitù del faraone.
Per loro il contatto tra i corpi usando le mani come occhi per conoscerne il linguaggio era già un'azione terapeutica.
Praticavano il digiuno quotidiano, dall’alba al tramonto, e consumavano cereali e legumi la sera. Anticipando l’usanza musulmana del Ramadan. Erano celibi, pratica non favorita nel giudaismo del secondo Tempio che verrà sviluppata nel cristianesimo post resurrezione.
Il termine nel suo significato etimologico significa “curatori dell’anima”, Curatori non guaritori. Essi guardavano all’uomo nella sua integrità, l’uomo scisso odierno, quello normale, come siamo noi, che ha il corpo di qui, la psiche di là e lo spirito da un'altra parte l’avrebbero considerato malato. Noi siamo malati infatti, siamo malati nella nostra umanità! Molte malattie vengono da questa scissione lacerante. Il terapeuta aiutava a rimarginare ferite. Perché le ferite devono sempre essere chiuse. Vi è chi le tiene costantemente aperte e le riguarda insistentemente quasi a volersi convincere che effettivamente sia accaduto ciò che le ha provocate.
Quanta energia gettata alle proprie spalle avanzando nel buio angosciante di un futuro privo di speranza.
Aiutare a rimarginare ferite mette le basi e le energie per riprogettare futuro, cercando di vivere in pienezza l'unica vita che abbiamo.
L’azione terapeutica è semplice, quasi naturale, anche gli animali si leccano reciprocamente le ferite.
La psicologia, con i suoi mille rivoli di presuntuoso scientismo e la psicanalisi sono una declinazione dell'azione terapeutica.... ma quelle vette sono lontane dalle nostre balbettanti conoscenze.




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8 agosto 2014


La comunicazione é una costante nella vita dell'uomo. Due sono i modi : comunicare e ricevere informazioni, svelare, autorivelare parte di se. Vi é distanza tra informazione e autorivelazione. Informare è dare notizie, istruire su qualcosa o dare elementi su eventi attinenti il presente e  il passato. Nell’autorivelazione l’uomo accoglie il suo limite e l’io raggiunge la sua massima vicinanza con se stesso e con l’altro. Io svelo il mio cuore all'altro! Tuttavia proprio quando sorge l’attesa e la possibilità di raggiungere me stesso e l’altro, nella massima esposizione della reciproca fragilità, l’autorivelazione evidenzia il suo deficit poiché la nostra essenza è inesprimibile.
Per questo ci sperimentiamo continuamente inadeguati poiché non vi è proporzione tra il nostro essere e il nostro agire, dobbiamo sempre riconoscere la precarietà e l’insufficienza delle nostre soluzioni, saremo sempre contesi tra la nostra attesa e possibilità di realizzare qualcosa e i risultati conseguiti con le nostre azioni, perché siamo incolmabili e nulla e nessuno, pena trasformarli in idoli, in questa realtà può colmare la nostra profondità!




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7 agosto 2014





Usiamo la parola "fragilità"  in modo ambivalente, contraddittorio. Da una parte nella nostra cultura che enfatizza autonomia ed autosufficienza e' considerata indice di scarsa consistenza, di scarsa durata, di gracilità e di debolezza, di caducità e di transitorietà, identificandola con precarietà e instabilità la carichiamo di una valenza negativa, una dimensione da cui emanciparsi, in effetti  essa, assume i volti della sofferenza: la malattia fisica e psichica, l'adolescenza con le sue vertiginose salite verso la gioia e la speranza e le discese repentine  verso gli abissi dell'insicurezza e della disperazione, il volto della condizione anziana lacerata dalla solitudine e noncuranza, dal sentirsi ai margini e dall'angoscia della morte, la non possibilità di avere un reddito dal proprio lavoro che consenta di vivere dignitosamente con la propria famiglia. La fragilità' e' la condizione umana, non ve ne e' un altra; perché dipendiamo sempre da qualcuno sia  sul piano delle relazioni , a partire dai due che, con un atto di amore,  ci hanno introdotto in questa vita  sia da qualcosa poiché il mondo che abbiamo trovato era già tutto organizzato e abbiamo appreso ciò che conosciamo. Tuttavia nella fragilità e non nella potenza  si nascondono i valori di sensibilità e delicatezza, di gentilezza e di dignità, di intuizione dell'indicibile e di infinito, di vulnerabilità e solidarietà, di sensibilità e empatia, di immedesimazione nelle emozioni, negli stati d'animo dell'altro, di reale condivisione.
Tutto ciò che ci avvicina agli altri esseri umani inizia dal riconoscere la nostra  condizione di fragilità e limite. Partecipiamo al comune destino divenendo responsabili gli uni degli altri, curandoci reciprocamente, solo così scaldiamo il nostro cuore. Il grande rifiuto dell'uomo moderno e' quello di non voler essere creatura. Si illude di "generarsi" da se stesso, si auto convince che non vi è' <<un Dio Creatore del cielo e della terra, delle cose visibili e invisibili>>. Smette di vivere alla prima malattia grave o quando non può più fingere di essere giovane.




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2 agosto 2014



Solo il silenzio consente di ascoltare chi abita stabilmente il mio pensiero..e amo con tutto me stesso!



A parer mio l'isolamento sofferente e rancoroso in cui molti si riducono, nel nostro mondo occidentale, risente soprattutto del fatto che non ci ascoltiamo e non prestiamo attenzione agli altri a motivo della nostra tensione per i risultati che vogliamo ottenere.
Il primo problema del rapporto con le persone è che non ci ascoltiamo. Ascoltare qualcuno non significa sentire semplicemente le parole, ma raccogliere il desiderio che anima l'altro. Di più: significa essere presso l'altro con tutti i nostri sensi e far sì che l'altro si senta pienamente capito e totalmente accettato. Ci risulta molto difficile ascoltare veramente. Di solito, nel rapporto con le altre persone, ascoltiamo fino a quando abbiamo più o meno capito ciò che il nostro interlocutore voleva esprimere. Lo collochiamo in un nostro schema mentale poi iniziamo a seguire i nostri pensieri e i nostri interessi. Nessuna tecnica, nessuna dinamica di gruppo, nessun corso di autoconoscenza mi sembra esercitare la stessa efficacia nelle relazioni con le altre persone come imparare ad ascoltare. Ascoltare e' il presupposto del dialogo, senza ascolto vi e' solo e sempre competizione. Eppure tutti noi, apparentemente normali ed equilibrati, abbiamo superato un master universitario d'ascolto, utilizzando  tutti i nostri sensi, nei primi tre anni di vita, quando nostra madre ci ha consentito di costruire le fondamenta del nostro sistema di pensiero, insegnandoci i codici linguistici.
Il secondo problema nel rapporto con le persone è la tensione per i risultati. La società moderna ci mette sotto pressione per mostrare tutto quello che siamo in grado di ottenere. Ciascuno viene giudicato in base alle sue prestazioni. Questa è la legge che regna sovrana non solo nell'ambito del mondo materiale, ma anche all'interno delle relazioni interpersonali…
Quando ci si trova sotto tensione per i risultati non si riesce a percepire realmente il prossimo né ad amarlo. Anche quando per la strada uno sconosciuto ci rivolge la parola è necessario poter accantonare il resto completamente per qualche minuto, così da essere al cento per cento con questa persona e non avere in animo altro che prestarle attenzione. Allo stesso modo non dovremmo avere nessun altro pensiero e cogliere soltanto quello che da lei proviene quando "ascoltiamo"!qualcuno. Ma ciò ci riesce estremamente difficile.
Il problema non si trova in tutto ciò che le cose da fare ci richiedono. Nel mondo esterno è ovviamente necessario presentare dei risultati. Si tratta di capire, però, se noi al momento giusto riusciamo a "staccare" o siamo schiavi dell'assillo di perseguire i nostri obiettivi. Se siamo capaci di uscire dalle nostre ansie e concentrarci in un ascolto generoso oppure rimaniamo attaccati ai nostri stati d'animo. Questo è il punto decisivo.

 




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27 luglio 2014





Sono solo un mucchio di briciole, una foglia nel vento. 


Non è bene per un uomo avere il cuore in due posti diversi. 

Lo confermerebbe anche il cardiologo!




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26 luglio 2014







Raramente riflettiamo sul l'importanza nella nostra vita quotidiana delle abitudini. Quella trama fitta di piccoli gesti e rituali che danno l'illusione della stabilità e leniscono il senso di precarietà. La preparazione del caffè, le pulizie del corpo, le vestizioni compreso il decidere che mutande mettere in vista di ipotetiche e improbabili possibilità, le abitudini alimentari, i gesti dell'in
timità e dell'affettività. Le diamo per acquisite, non riusciamo neanche ad immaginare che possa mancare l'acqua nel bagno per giorni o settimane e non poter lavare i denti o fare il bidè. I miei ormai vecchi amici che hanno vissuto la strada negli anni '90 e ne sono sopravvissuti mi dicono spesso: << in questo ordine programmato senza il tuo aiuto non so vivere, ma scoppiasse una guerra o saltasse il sistema sarei io a insegnarti come sopravvivere, ti procurerei io da mangiare e ti insegnerei le regole essenziali del campare a giornata come se il domani non esistesse>>
Pensando alla Siria, alla Cisgiordania, ad Israele, all'irak, a Gaza, oltre alle bombe, alle uccisioni, non posso non pensare alla sofferenza e all'angoscia di chi e' costretto ad una condizione di precarietà perenne, a vivere alla giornata, navigare a vista, ad adattarsi alle leggi primordiali della sopravvivenza, costretti a scegliere tra l'abbrutimento individualista o il soccombere davanti all'arroganza dei predatori che riemergono sempre quando si sfarina una comunità. I combattenti, sono combattenti almeno in teoria mettono in conto i rischi della battaglia, e delle loro inutili morti, perché tali sono, non provo eccessivo turbamento.
Ma la violenza subita da coloro a cui viene sottratta la banalità del quotidiano, senza poter far nulla per impedirlo, questa mi è' intollerabile. I fautori dell'odio verso l'avversario, i mercanti di guerra hanno responsabilità enormi e desidero che un giorno, e anche per loro verrà la morte, le loro coscienze siano devastate allo stesso modo in cui le viscere di Erode, impropriamente chiamato il Grande, furono devastate e rese purulenti dai vermi. Nel frattempo e' necessario insistere, insistere, senza perdere mai la speranza e la fiducia nell'umano per il dialogo e la riconciliazione.




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22 luglio 2014


.. ogni morte per guerra, fame, e quant'altro e' intollerabile. A Gaza ci sono immagini di bambini e civili morti o disperati ed e' bene che ci spacchino il cuore ma ogni giorno muoiono trentamila bambini sotto i 5 anni per l'ingiustizia di questo mondo nel quale  noi occidentali oltre ad averne responsabilità ci godiamo il meglio. Ma questi non li vediamo, eppure dovremmo indignarci della stessa indignazione, le nostre budella dovrebbero torcersi allo stesso modo dal dolore.
In quella terra stanno agendo in entrambi i popoli forze distruttive e autodistruttive. Sono una minoranza ma e' la minoranza che decide per tutti gli altri. Occorre fermarli ma non lo si fa schierandosi di qui o di la. Solo riconoscendo il diritto di entrambi i popoli a quella terra, ma è' proprio questo diritto che Hamas, Herzbollah, Iran e i loro alleati, gli sciiti, e molta presunta sinistra occidentale non riconosce al popolo ebraico. La famosa risoluzione 161, mai applicata, che nessuno conosce che è' tuttavia alla base del conflitto, dell'auto proclamazione dello Stato d'Israele, della morte di Sadat, massacrato dalla sua guardia perché ne ha riconosciuto legittimità ed esistenza e delle mancate soluzioni di pace.
il demone di una parte del popolo ebreo-israeliano e di affermare con la potenza delle armi quello che la più parte del mondo arabo-islamico non gli riconosce, il diritto di stare li, proprio li, in quella terra, faccio sempre questa domanda a molti presunti filo palestinesi.. Balbettano, ma questo, proprio questo e' il punto apicale anche per fermare l'arroganza del potere israeliano..
In quella striscia di terra c'è una guerra terribile. Ci vado spesso e ci sono andato anche in tempi di guerra.  Conosco la paura che è in fondo agli occhi di molti ebrei perché sanno che una parte del mondo non riconosce il loro diritto a stare li. Conosco l'angoscia dei palestinesi di Betlemme ghettizzati dentro un muro soffocante. Ho vissuto per mesi a Betlemme in passato quando seguivo le pratiche della mia adozione, aiutavo i salesiani negli aiuti umanitari e mi preparavo a diventare biblista. Conosco gli ebrei e gli arabi che cercano di conoscersi, parlare, farsi carico delle sofferenze gli uni degli altri, riconoscere le ingiustizie di cui si è' stati causa. La c'è un dolore terribile e un bisogno di pace che attraversa la maggioranza degli ebrei, degli arabi cristiani, sia israeliani che palestinesi dei musulmani sunniti e anche di molti sciiti. Schierarsi di qua o di la, sfoga le emozioni. Mi ricorda tanto quei bravi uomini e donne che guardando i bimbi morti del Biafra sgranocchiavano i loro popcorn e si piagnucolavano addosso. Si aiutano quei popoli andandoci, documentando si, informando indignando si per quelle e per tutte le morti da ingiustizia. Perché il vero cancro culturale l'assuefazione catatonica non è verso le immagini di Gaza ma alle morti di fame , di immigrazione, che quotidianamente attraversano questa terra e questa storia e che si vivono come un fenomeno naturale che non merita neanche l'indignazione.




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20 luglio 2014




Vi sono gesti in se banali, profondamente e acutamente sentiti, dai quali il trattenersi ne alimenta l’energia come il vento alimenta l’incendio del bosco.




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19 luglio 2014







Vi è un’immagine di Chagall che rappresenta Davide che guarda Betsabea. E’ una storia attuale, moderna nella pervicacia verso il male e l’uso personale del potere. La storia è questa. Davide ha consolidato il regno, portato l’arca dell’Alleanza a Gerusalemme, è un re incontrastato: unto da Dio e vincente.

Vede Betsabea, dice il Libro di Samuele dopo aver mangiato e ben bevuto, se ne invaghisce, la vuole. Si unisce a lei! Quando si accorge che è in cinta, se ne vuole liberare e chiama il marito Uria: combattente prode e pio Israelita e organizza le cose in modo che incontri la moglie ma Uria conosce la legge del Sinai e la necessità di mantenersi puri durante la guerra e evita di entrare in casa. Davide insiste, lo invita a cena e lo fa bere, ma ancora una volta Uria non entra e dorme sulla soglia di casa. A questo punto Davide dovrebbe capire che sta sbagliando invece s’incaponisce e rimanda Uria in guerra accompagnato da una lettera per il suo generale, Ioab, nella quale lo invita a spingerlo nel punto cruciale della battaglia per poi lasciarlo solo, cosa che avviene e Uria muore. Davide è tranquillo, soddisfatto e senza preoccupazioni. Betsabea è vedova e la può sposare e riconoscere il figlio ma arriva un Profeta Natan e gli racconta la storia del pastore ricco che desidera a tal punto l’unica pecora del pastore povero da provocarne ingiustamente la morte e quando chiede a Davide quale sia la punizione che merita questi s’indigna e urla: morte. Fino a questo punto della storia che differenza c’è con un Berlusconi qualsiasi o uno dei suoi accoliti o tra Hitler e Goering e la complicità del primo verso i capricci del secondo? Assolutamente nessuna! L’arroganza di questi signori la loro convinzione di essere intoccabili, la convinzione di potersi consentire ogni capriccio usando il potere che gli è stato delegato è la stessa. Vi è tuttavia una differenza fondamentale tra Davide e tutti gli altri.
Quando Natan gli svela che è lui quel ricco e incontentabile pastore Davide si pente, guarda in faccia la sua pervicace bastardaggine, vede gli abissi del suo animo, affronta la sua ombra (direbbe jung) e sceglie di non proseguire su quella strada. Il Miserere o Salmo 51 ne è il canto che sino ad oggi ci dice il dolore di un uomo che riconosce la propria infamia. Questo lo rende diverso da Saul e specialmente lo fa diventare il grande Re, l’uomo di Dio che è stato ed è nella storia della salvezza. Un gigante, nulla di paragonabile ai nostri nanetti, omini piccoli piccoli che riescono a sopravvivere solo grazie all’ombra collettiva della maggioranza, alquanto ignorante di un intero popolo. Ma anche in questo non vi è nulla di nuovo.. pure Hitler é andato al potere con un plebiscito!




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18 luglio 2014


     

    
                                                                  


Vi sono amori per i quali il tempo non basta per depositarli nella memoria, occorre anche lontananza prolungata e distanza di luoghi per attenuare l'acutezza di un sentimento che riemerge vivo, lancinante ed immutato ogni volta che l'amato, da non amare, e' davanti ai propri occhi. E il solo pensare a tale giusta, razionale necessità impedisce il respiro.






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16 luglio 2014




la tendenza di un amore è proprio di illuderci che si tratti di un grande avvenimento, e la sua bellezza sta proprio nella continua coscienza che qualcosa di straordinario, di inaudito, ci va accadendo.

Cesare Pavese




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16 luglio 2014





Non siamo predisposti culturalmente ne preparati eticamente all'utilizzo del metodo dialogico. Culturalmente perché manca una visione antropologica condivisa sulla "comune umanità", che ci leghi costituivamente e coscientemente tra esseri umani; eticamente perché l'altro e' sempre un "competitor" un potenziale avversario mai l'interlocutore di cui ho bisogno per trovare me stesso e vivere in pienezza la mia umanità', ovvero un potenziale alleato.
Il metodo dialettico domina, da Platone in poi: tesi, antitesi, ognuno difende le sue posizioni, dopo la verifica dei rapporti di forza il compromesso possibile. Il compromesso congela il problema al punto in cui è', ovvero lo rinvia alla prossima crisi. Sia nei rapporti personali che tra stati (da Westfalia in poi) o tra gruppi d'interesse domina il metodo dialettico. Tutto il rituale diplomatico si muove in questo modo. Il cuore del metodo dialettico e' che le ragioni dell'altro non aiutano a costruire la soluzione. Il metodo dialogico si basa sul principio opposto: ognuno ha le sue ragioni e le soluzioni debbono tener conto delle ragioni di entrambi.
Per imparare a usare il metodo dialogico dobbiamo veramente cambiare prospettiva e modo di pensare. Siamo intrisi del metodo dialettico.
Ad esempio se guardiamo alla crisi mediorientale, il punto apicale irrisolto tra tutte le parti in conflitto e'l'accettazione del diritto o meno dello stato d'Israele di essere li, nella terra che i Romani chiamavano"Filistea" dagli antichi popoli Fenici. E proprio questo punto e' alla base della non soluzione del conflitto, comprese le degenerazioni da entrambe parti.
Io sono tra quelli e non solo per una sporadica frequentazione della Bibbia e qualche conoscenza della storia che ritiene che quel diritto vi sia, indipendentemente dall'Olocausto. Le radici di quel diritto sono nella storia del popolo ebraico e del suo rapporto con la terra fino ad Adriano e negli ultimi sei secoli di storia Europea cristiana con la propria incapacità di accettare l'identità ebraica: di un popolo senza terra che non rinuncia a rimanere popolo. Il nucleo dell'antisemitismo e' tutto qui, il resto ( le banche i giornali, gli intellettuali, ecc.) sono cretinerie che servono come rivestimento culturale alla definizione del "capro espiatorio". Il Sionismo nasce dai progrom dei secoli precedenti e la terra a cui guarda e' la terra dei padri. Proprio questo viene rifiutato da parte del mondo Arabo e non solo Arabo. C'è morto un capo di Stato su questo riconoscimento, Sadat ucciso dalla sua guardia personale. Leggo qua e la l'elenco delle dichiarazioni ONU che lo Stato d'Israele non ha applicato rispetto ai Palestinesi ma non leggo le dichiarazioni ONU che invitano i paesi a rispettare quella costitutiva degli Stati d'Israele e Palestina. Oggi pare che il problema sia da che parte stare. Conosco la sofferenza di entrambi i popoli perché ho amici, cari e amati amici, in entrambe le comunità. E vado spesso da quelle parti. Dove stare quindi? In mezzo, avrebbe detto Martini, il posto più difficile, per aiutare le parti in conflitto a "toccarsi" riconoscendo le sofferenze, gli uni degli altri. Perché li, in quel luogo,mhanno veramente diritto entrambi i popoli di starci.





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14 luglio 2014


L’ombra s’insinua nelle fessure delle nostre emozioni e se ne riveste cucendone una maschera che inganna la nostra percezione. Guardarla non significa eliminarla ma impedirle di dominare sul nostro pensiero, le nostre parole, le nostre azioni, la nostra spontaneità. Come si manifesta l’ombra? Dando ragione alle nostre ragioni! Ci giustifica sempre, eviscera le parole del loro contenuto e le colma di verosimiglianze! Il tradimento di un amicizia; l’infedeltà ad un coniuge, la delusione verso un figlio o il tradimento del genitore che lo paragona ad altri figli; quando ne siamo gli autori ha sempre il sapore dell’eccezione, dell’unicità: <<il mio tradimento non è come quello degli altri>>;<<le mie ragioni sono evidenti!>>; << la stronzaggini di mio figlio, di mio marito di mia moglie è lì palese, evidente>>;<<l’autoreferenzial ità e incapacità di esprimere affetto nei miei riguardi della persona con cui vivo è palpabile>>. Il nostro agire è sempre “unico” e non assimilabile alla banalità di comportamenti analoghi! Ma non funziona così! Sarebbe troppo semplice oltre che comodo se funzionasse così. La coscienza a differenza dell’ombra mi dice le cose come stanno, senza ammiccamenti: <<io so che ciò che scelgo e desidero azzera tutto, lo sento e percepisco più importante di chiunque e di qualsiasi convenzione, sono disponibile ad andare contro tutto e tutti per difenderlo>>. L’ombra non usa questo linguaggio chiaro, si maschera e rileva le ragioni che danno ragione al mio agire! E poi dove finisce il bene e inizia il male? A volte i punti di confini sono cosi mobili da perderne la comprensione! La figlia di Erodiade, prima di rispondere a Erode chiede alla mamma e entrambi non si fanno domande se è giusto o sbagliato chiedere la testa di Giovanni. E’ la figlia ideale, obbediente senza se e senza ma! Il generale che porta Uria sotto le mura dei filistei per lasciarvelo solo a morire è fedele e leale verso Davide, una fedeltà e lealtà che si limita solo al Re disponibile a colpire anche chi fa parte della cerchia e vi corrisponde ma è spietata con chi non vi aderisce o diventa sgradito al re. Io so che le mia azioni, ogni mia azione, non si esprimono dentro una bolla di sapone ma interagiscono direttamente e indirettamente con chi mi sta attorno L’ombra ci dice, di non preoccuparcene, di non rinunciare a nulla perché poi, alla fine di questa vita, non c’è nulla.




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12 luglio 2014




Siamo partoriti in qualche luogo, possiamo abitare in questo posto o in quello, ci spostiamo e adattiamo a situazioni impensabili.

Preferisco le orme alle fondamenta, i viottoli alle autostrade, gli apprendimenti alle dottrine, gli attimi alle trame, lo slancio all’immobilità, l’aspirazione e il sogno al dominio, la scomparsa nelle sabbie, nelle nuvole, o alle origini di una sorgente, più che la pietrificazione in un mausoleo.
Amo la confidenza con il tempo, sembra una matrigna egoista, al contrario è sorella e amica benevola.




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11 luglio 2014







Tre sono i movimenti che portano ad esprimere la propria soggettività e costruiscono il "cantiere permanente"del nostro sistema cognitivo.
Percezione, pensiero,azione.
La percezione e' il livello principale di apprendimento, e' l'esperienza della realtà così com'è prima di ogni possibile interpretazione. La realtà delle cose, la realtà delle persone. Presuppone l'uscita da se, svuotarsi del proprio pensiero, un accettazione positiva, incondizionata di ciò che sto "guardando". Guardando non osservando. il guardare e' generoso, l'osservare punta a carpire per possedere.
Il secondo livello e' quello del pensiero, dobbiamo ricondurre a parametri culturali condivisi, catalogare, sistemare nel nostro ordine mentale quel che abbiamo percepito. L'esperienza non rimane mai un fatto privato. In questo modo costruiamo i presupposti dell'azione.
Il terzo movimento e' appunto l'azione che svolgiamo, con le persone e nel contesto.
Questi tre movimenti appartengono a tutte le culture sono costitutivi di ciò che noi chiamiamo"pensiero razionale".
L'equilibrio si sta modificando. Riduciamo sempre più, almeno qui in Occidente, il livello della percezione, troppa fretta di catalogare e collocare nel nostro ordine mentale. Dopo uno sguardo e due frasi abbiamo capito tutto dell'altro, oggetto, contesto o persona che sia.
L'effetto e' un pensiero sempre meno radicato sui dati di realtà così come sono e sempre più prodotto dal mio pensiero. Pensiero che produce pensiero, un pensiero sempre più autoreferenziale e, per questo, impoverito, che non si costruisce attraverso la realtà, frustrato dal tentativo, impossibile di ricondurla, la realtà, nel proprio ristretto recinto. Molto delle lamentele e stati permanenti di insoddisfazione derivano da questo impoverimento della percezione. Noi non possiamo sapere tutto, la nostra conoscenza e' sempre limitata tuttavia nella nostra vita non vi è alcun limite alla conoscenza, non e' possibile una conoscenza conclusa sino alla morte noi abbiamo sete di conoscenza.




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10 luglio 2014




.quando rifiutarono il rinvio del servizio militare, per poche ore di ritardo nella consegna di un documento, che Trento aveva ritardato a dare, pensò che il mondo gli stava cadendo addosso: due soli esami, la tesi, innamorato da pochi mesi, il lavoro in nero, tutto d’un tratto sfarinava, diventava inconsistente, niente!

..quando gli dissero di arrivare a Barletta, entro cinque giorni per l’addestramento d’assaltatore, pensò: bene cosi imparo a sparare e prima o poi li ammazzo tutti..
..quando salì in Friuli, al quinto mese, gli consegnarono il mulo, che era una mula, dicendogli che valeva più di lui, pensò che sarebbe stato il suo migliore amico..
..quando dopo tre notti gli fecero un gavettone con venti litri di feci, urina e vomito, capi che su quel materasso intriso ci avrebbe dormito anche per tutti gli altri mesi..
..quando l’amico e compagno d’università cadde in depressione e piangeva chiedendo di andare via, pensò che bisognava fare qualcosa..
..quando organizzarono la scuola serale per gli analfabeti, alla luce del sole, e “proletari in divisa” da clandestini, per difendere diritti, cominciò a respirare e l’amico smise di piangere..
..quando gli perquisivano branda e armadietto, con continue “improvvisate” trovavano solo giornali pornografici, di una volgarità degna di loro..
..quando gli fecero pulire le latrine della camerata, intasate di merda a mani nude, dicendola una buona scuola per un sociologo comunista, ringraziò il materasso che l’aveva addestrato all'odore e pensò che avrebbe avuto in fondo alla gola quel “sapore” per tutta la vita..
..quando andava in casa della compagna di lotta continua, poi finita in “Prima Linea”, lui voleva solo parlare, ma lei non capiva, cercava la sua forza non gli interessava la sua fragilità..
..quando vennero le loro ragazze a trovarli, dopo otto mesi senza una licenza.. il capitano di compagnia gridò, in adunata: ehi. voi due, sono arrivate le vostre puttane, pomeriggio “fottete”..
..quando il capitano cadde di notte dal secondo piano della palazzina, chiuso in un grosso sacco di iuta imbottito di cuscini perché non morisse, rimasero chiusi tutti in caserma per due mesi, ma non si seppe mai chi era stato..e il capitano non mori...solo un po' zoppicante..
..quando divennero nonni, discussero tra loro se fare o meno gavettoni alle nuove reclute, risolsero la questione ai gabinetti di notte picchiandosi, anche se gli ufficiali lo sapevano e tifavano, quell'anno i gavettoni non si fecero e lui rimase con il naso decisamente storto, a peperone; non era possibile imporre a un altro essere umano una simile annichilente umiliazione avendone una qualsivoglia responsabilità e, solo chi l’aveva subita poteva decidere..
..durante i campi..si giocava alla guerra contrastando invasioni dalla Jugoslavia..alla notte quando era solo lo assalivano le paure e aveva voglia di piangere, stanco di sembrare forte si riparava tra le gambe dell’amico, la mula, con la scusa di accudirla, e lei lo accoglieva come un fratello, lo avvolgeva del suo calore e odore, si calmava e addormentava..
..son passati più di quaranta anni e ogni tanto tornano gli incubi, si sveglia sudato, tocca e tasta tutto per essere sicuro che non l’hanno richiamato e che non è coperto di merda e urina..





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10 luglio 2014




Vi sono “episodi”, nella vita di ognuno, che diventano “frontiera”, quando vi si torni con la mente; è il confine tra un “prima” e un “dopo”; a partire dal quale, tutto viene visto con occhi diversi.
Può essere un moto dello spirito o un evento della storia, ma il risultato non cambia.
Nulla può più essere come prima.
E ‘raro averne consapevolezza, per l’incapacità di sottrarci all'oppressione del presente.
Eppure abbiamo la presunzione di avere un qualche controllo sul tempo!
Chi potrebbe dire la differenza tra le ventitré e cinquantanove del 31 dicembre, e le zero e un minuto del 1 gennaio; o tra il giorno che precede la ricorrenza del proprio anniversario e quello che lo segue, chi potrebbe riconoscervi un prima e un dopo, la linea di confine tra uno spazio e l’altro?
Sappiamo che la misurazione del tempo è una convenzione, null'altro che una convenzione!
L’unica unità di misura visibile, all'uomo è quella tra il giorno e la notte, la giornata; vi è buon senso nella tradizione israelitica di considerare l’inizio della giornata con il tramonto e la sua fine con il tempo che precede il tramonto del giorno dopo; vi è buon senso, forse saggezza, nel “contare” le giornate.
Dovremmo misurare il tempo a giornate in particolare il tempo della nostra vita personale.

Ad esempio chi, come il sottoscritto è nato alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, ha “potenzialmente”, aspettative di vita tra i sessanta e i settanta anni, vale a dire tra le 21.900 e le 25.500 giornate (mio padre è morto a 66 anni a circa 20.090 giornate vissute e diceva di avere navigato abbastanza..) , i più forti ottanta anni, cioè 29.900 giornate.
La misurazione in anni dà l’impressione di avere chissà quale durata, in realtà abbiamo un tempo limitato ed il tempo è l’unica nostra ricchezza, non è rinnovabile, e va ad esaurirsi.
Io ho "vissuto" 20.805 giornate, quindi secondo le previsioni, statistiche, me ne rimangono 4695 se appartengo alla media, oppure 9095 se appartengo alla categoria dei più forti.
Tuttavia nulla impedisce che io muoia questa notte.
Ho la sensazione che il conteggio a giornate dia una migliore percezione del tempo, in particolare ci dia la capacità di “vivere” il presente e coglierne tutti i doni.
Continuo a stupire di questa incapacità “di godere” di quel che il presente ci dà.
E mi riferisco ai “normali”, non certo agli “sfigati” che di buone ragioni di lamentela, verso giornate spesso vuote e desolate, ne hanno a iosa.
Vi è una qualche ragione nel “salmista”, la dove afferma che il saggio è colui che ha il dono di saper contare le proprie giornate.

In fondo la questione del senso della vita si riduce a questo: la capacità di godere il presente, sapendo che è il punto dinamico di congiunzione tra il passato che abbiamo in qualche modo costruito, e il futuro che possiamo ancora determinare.
Tutto qui...!!




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8 luglio 2014


Credevo di percorrere i margini di una geografia emotiva, la mia... 

...e ho trovato i confini di un oceano inesplorato!





Dove finiscono le parole non dette? Prendono forma nei luoghi profondi della carne lì dove corporeità psiche e spirito s’incontrano, nascono da situazioni, volti, condizioni che le cristallizzano in quelli che noi chiamiamo stati d’animo, emozioni, sensazioni. Parole che palpitano che debbono incontrare chi le ha provocate, che hanno bisogno di ascoltatori di trasformarsi nel linguaggio della relazione che esigono l’incontro. Nel silenzio costruiamo la nostra geografia interiore. Vi sono continenti, catene montuose, cime innevate, valli profonde, pianure attraversate da fiumi, deserti invivibili, sorgenti cristalline e paludi mefitiche, abissi orridi, laghi, mari, oceani, isole, echi che trasmettono all’infinito gioie, dolori, amori e macerie, macerie formate dai mille idoli che abbiamo edificato e poi distrutto; sono le nostre illusioni divenute disillusioni. Guardare una persona sentire in ogni fibra la consistenza della sua presenza e tacere! Dove vanno a finire le parole non dette?




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8 luglio 2014


L'amore è l'unica supplenza capace di mettere in relazione..
...gli universi paralleli dell'uomo e della donna!




Solitudine e precarietà, questa e la condizione dell'uomo! E' la nostra condizione naturale ma non potremmo sopravvivere a lungo  in questa cosciente e perenne dimensione. Le relazioni umane, dirette ( con le persone che compongono il nostro piccolo recinto affettivo e sociale) e indirette con il contesto sociale ed economico, relegano in profondità la concretezza lancinante della nostra solitudine. Anche la precarietà appartiene alla nostra dimensione naturale e culturale; quel che teniamo sotto controllo di noi stessi e dell'ambiente circostante e' niente ed è per questo che  impariamo ad adattarci a partire dagli affetti, e la continuità di comportamenti e situazioni si trasforma in surrogato della stabilità. Alla fine ci "crediamo" che non siamo soli e che "siamo stabili". E' importante che periodicamente lo schema dell'adattamento salti: un amore imprevisto, una sofferenza lancinante, una morte che si voleva negare; un fallimento professionale, una malattia severa, perché queste situazioni ci permettono di soffermarci sul "senso" di quel che facciamo, di come viviamo, della direzione in cui va la nostra vita. La solitudine parla attraverso il silenzio, trattenendo e seminando con il "non detto" il terreno delle nostre emozioni. I fiori, l'erba, gli alberi che crescono li sono visibili  solo ai nostri occhi interiori.




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6 luglio 2014





Non sono tantissime le situazioni veramente importanti e costruttive per se ( poiché vi sono anche cose importanti ma distruttive del se) che non si possono avere o vivere ed e' necessario rinunciarvi. Occorre scoprire che nella rinuncia vi e' un piacere o che dalla rinuncia verrà un piacere. Entrambe le percezioni faticano nello spazio angusto del presente. Per trasformare la rinuncia in apprend
imento sono possibili solo tre movimenti: rimuovere, comprimere, mettere da parte.
Rimuovere accentua la ricerca di compensazioni per lo più corporee, alcune sane come il correre, nuotare, camminare con passo sostenuto, la conoscenza costruita su fatiche poderose; altre insane come il mangiare e il bere esagerati o la ricerca esasperata del piacere. Il rimosso s'incide nel nostro animo come certi rigagnoli nella roccia e segna la nostra biografia. Siamo come siamo anche perché è accaduto ciò che li è ricordato. Solo noi sappiamo chi o cosa ha lasciato quel segno.
Comprimere significa schiacciare in spazi angusti quel che non può starvi provocando il diffondersi della tensione in tutto il corpo. Pare che dall'interno venga una pressione che deve sfociare in qualche modo e da qualche parte. Certe rabbie e riduzioni della tolleranza vengono da questo schiacciamento pervicace di ciò che è impossibile ridurre. Certi tagli nel corpo di adolescenti vengono da questa tensione.
Mettere da parte significa riporre in in angolo del cuore un tesoro prezioso a cui è' impossibile rinunciare. Il tragitto che porta a quel luogo segreto lo conosciamo solo noi, solo noi possiamo arrivare li e, anche se lo dimenticassimo dentro le mille incombenze della vita, basta un inezia a ricordarci di quel tesoro che è nostro, solo nostro!




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6 luglio 2014








L'Italia manca di una legislazione organica per l'inclusione sociale di profughi ed immigrati aventi diritto all'entrata e permanenza nel nostro Paese allo scopo di progettare un futuro per se e la propria famiglia, impossibile per le più svariate ragioni, nel paese d'origine. La nostra attuale legislazione si basa sul concetto del respingimento e gli stessi Centri di Accoglienza GIE, sono concepiti come dei parcheggi in funzione dell'espulsione. Non viene infatti attuato nessun percorso di alfabetizzazione professionalizzante e acculturazione sfruttando questo primo periodo. Si dice che una parte sarà espulsa quindi sarebbe antieconomico investire sull'acculturazione di tutti. In realtà se venisse sfruttato questo periodo iniziale gli avente diritto sarebbero all'uscita del GIE ad un buon punto di conoscenza della lingua e anche in possesso delle competenze lavorative su cui poter investire per cercare e trovare lavoro e i non avente diritto avrebbero comunque maggiori competenze linguistiche e professionali da utilizzare nei paesi d'origine. Al contrario oggi il vero percorso di "acculturazione" e inclusione sociale inizia, per gli aventi diritto dopo un periodo di permanenza nei GIE che va dai sei agli otto mesi. Devono partire da zero ed entrare nel circuito delle comunità e delle strutture preposte all'alfabetizzazione, all'orientamento professionale e lavorativo e all'accoglienza, spesso separate tra loro dal punto di vista organizzativo e degli enti di appartenenza e, in questo modo, i doppioni si sommano a doppioni e gli sprechi agli sprechi. In buona sostanza dal momento dello sbarco alla conclusione di una alfabetizzazione dignitosa passano circa 18 mesi. A quel punto parte la ricerca organica del lavoro.

Questi immigrati, pur avendo alle spalle comunita residenziali e uffici per il lavoro, si muovono all'interno della loro ricerca in solitudine se non per il sostegno di appartenenti alla medesima etnia o ceppo culturale. L'Italia e' una porta sul Mediterraneo, come la Germania lo è' per il Nord-Est. Per inciso la Germania ha incluso negli scorsi anni alcuni milioni di Turchi e alcune centinaia di migliaia di Curdi, molti dei quali non sono proprio mammolette. Ormai il punto e' tra chi crede che queste porte debbano essere "ragionevolmente" aperte e chi continua a nascondere la testa sotto terra, proprio come lo struzzo, dimenticando che il resto del corpo e' esposto a chiunque. Delle morti nel mare non sono responsabili solo mafiosi e malavitosi che ingrassano sui trasporti ma anche tutti quelli che non vogliono vedere che nel mondo si muovono ogni giorno ottanta milioni di persone. Non perché sono turisti, ma perché questo mondo e' ingiusto, profondamente ingiusto!














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5 luglio 2014





L'acqua esiste perché l'uomo e ogni creatura a sangue caldo ha sete, non viceversa. 


Una giornata intera con una bambina iper frenetica che ripete in modo ossessivo frasi senza senso apparente. Dicono che le piace la musica frenetica ma si calma solo quando metto Divo o Bocelli, sembra che quelle note le entrino dentro calmandola e rasserenandola; non si ferma mai e contrae perennemente il suo corpo se però l'abbraccio e stiamo fermi si rilassa e calma per decine di minuti carezzandomi i capelli.


Per l'assetato un solo sorso dice tutta la freschezza della sorgente.




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