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duecalzini
..le storie riportate, in questo blog e i dialoghi…sono frutto di fantasia, forse plausibili.. l’autore, duecalzini, ha l’unica presunzione di ritenere che possano essere di una qualche utilità per la comprensione dell’uomo..nient’altro..
 
 
 
 
           
       



L'origine di tutti i peccati è
il senso d'inferiorità-
detto altresì ambizione.

Mostra immagine a dimensione intera

conosco uno sciocco
che ha rifiutato d'imparare
in giovinezza le regole
del gioco, perduto dietro chimere,
e ora le chimere sfumano
e il gioco lo stritola







"Non ricerchi ora le risposte che non
possono esserle date, perchè non le
potrebbe vivere.Mentre si tratta appunto
di vivere tutto.Ora viva le domande.
Forse così, a poco a poco, senza
rendersene conto, si troverà un giorno
lontano a vivere le risposte."
Rainer M. Rilke



preferire la parola, senza memoria,
senza riflessione è come scrivere...
senza possedere un'ordine..
nei segni usati..


L'uomo mortale non ha che questo d'immortale.
Il ricordo che porta e il ricordo che lascia..
..ho lavorato, ho dato poesia agli uomini,
ho condiviso le pene di molti..
.ho cercato me stesso.


Non oro
ma strame
cercano gli asini
eraclito



Mai vi manchi ricchezza
uomini di Efesto
che vi dimostri delinquenti
Eraclito



Non si sà dare gioia che..
agli esseri che si conoscono, e..
l'amore è la perfezione
di una conoscenza...come l'odio!




Sulla terra l'uomo è un ospite;
eppure si sente padrone,
non solo di questa ma, anche..
di animali, piante, cielo, minerali, acqua!



per scrivere occorre pensare,
in ciò sta la fatica!




il freddo vuoto,
che entra nel corpo..
la luminosità diffusa,
nella..densità dell'aria!
 


vorrei avere una vita vaga








vi è distanza tra ciò che
sale alle labbra e
passa per la mano 
tutto procede alle labbra

qualche briciola passa tra le dita

 

Sono fuori di me
e sto in pensiero
perche' non mi vedo rientrare.
Protesta chi si espone, chi rischia, non chi dice cose ovvie che vanno bene per tutti, esclusi i matti s'intende.
     



memorare di San Bernardo


Ricordati, o piissima Vergine Maria,

che non si è mai inteso dire al mondo

che alcuno,

ricorrendo alla tua protezione,

implorando il tuo aiuto,

chiedendo il tuo patrocinio,

sia stato da te abbandonato. 

Animato da tale fiducia,

a te vengo con le lacrime agli occhi;

colpevole di mille peccati

mi prostro ai tuoi piedi

per domandarti pietà.
Non volere, o madre di Gesù,

disprezzare le mie suppliche,

ma benigna ascoltale

ed esaudiscile. Amen.

 





































































































































































































 

 

 

 
5 ottobre 2014






Vi è una ossessiva tendenza alla “riduzione”: tutto quello che è difficile, oscuro, caotico deve essere ricondotto a qualcosa di apparentemente preciso. E’ una sorta di esorcismo ostile alla vita! Ho raggiunto l’età in cui succede che qualcuno sul metrò si alzi per cedermi il posto. Scrive Marc Augé scavando nei propri ricordi personali per sviluppare una riflessione sul tempo che passa: <<Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo>>! Il grande antropologo mette i
n evidenza la differenza tra il tempo e l’età. Perché sono gli altri a dire che siamo vecchi o giovani, a definirci secondo luoghi comuni ma questa etichetta resta superficiale e lontana da quel che avvertiamo dentro di noi. Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo, fuori dal tempo! La vita dell’uomo è cadenzata da passaggi che avvengono tra due grandi porte, entrambe senza possibilità di ritorno, modificando ad ogni passaggio equilibri e mediazioni con il mondo esterno…dal primo inspiro sino all'ultimo espiro. E ‘solo cosi che noi sperimentiamo e spieghiamo il movimento del tempo, perché il tempo, in se, è immobile ed eterno!




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12 agosto 2014






Ogni istante nella vita di ognuno è un cristallo di emozioni, sensazioni, intuizioni. Non basterebbero mille libri per descrivere un ora di vita!


I Terapeuti, di cui parla Filone d'Alessandria, Ebreo di cultura ellenista, furono contemporanei di Gesù Cristo ed erano uomini e donne puri e saggi di tradizione ebraica, ma di cultura sincretistica. A quel tempo erano sparsi in piccoli gruppi dall'Egitto fino alla Grecia la comunità con cui venne in contatto Filone viveva sulle rive del lago Mareotis intorno ad Alessandria. Secondo questo storico, la medicina di cui facevano professione era superiore a qualunque altra perché curava non solo il corpo, ma anche la psiche, l'Anima nell'accezione più ampia.
I Terapeuti non erano Esseni, il loro modo di vivere era sobrio e severo, interamente votato allo studio delle scritture, ma non era influenzato dalla dimensione apocalittica tipica dell'Essenismo. Per loro la Bibbia era l’incarnazione di Dio e lo spazio tra le parole il suo respiro. Non vi erano regole particolari e soprattutto non era presente alcun "Maestro di Giustizia" proprio degli Esseni. Una nota caratteristica dei Terapeuti era l'unzione con l'olio nel giorno di Shabbat, mentre gli Esseni rifiutavano ogni unzione e ogni massaggio.
Dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato si riunivano in comunità e cantavano inni al Signore che libera dalla schiavitù del faraone.
Per loro il contatto tra i corpi usando le mani come occhi per conoscerne il linguaggio era già un'azione terapeutica.
Praticavano il digiuno quotidiano, dall’alba al tramonto, e consumavano cereali e legumi la sera. Anticipando l’usanza musulmana del Ramadan. Erano celibi, pratica non favorita nel giudaismo del secondo Tempio che verrà sviluppata nel cristianesimo post resurrezione.
Il termine nel suo significato etimologico significa “curatori dell’anima”, Curatori non guaritori. Essi guardavano all’uomo nella sua integrità, l’uomo scisso odierno, quello normale, come siamo noi, che ha il corpo di qui, la psiche di là e lo spirito da un'altra parte l’avrebbero considerato malato. Noi siamo malati infatti, siamo malati nella nostra umanità! Molte malattie vengono da questa scissione lacerante. Il terapeuta aiutava a rimarginare ferite. Perché le ferite devono sempre essere chiuse. Vi è chi le tiene costantemente aperte e le riguarda insistentemente quasi a volersi convincere che effettivamente sia accaduto ciò che le ha provocate.
Quanta energia gettata alle proprie spalle avanzando nel buio angosciante di un futuro privo di speranza.
Aiutare a rimarginare ferite mette le basi e le energie per riprogettare futuro, cercando di vivere in pienezza l'unica vita che abbiamo.
L’azione terapeutica è semplice, quasi naturale, anche gli animali si leccano reciprocamente le ferite.
La psicologia, con i suoi mille rivoli di presuntuoso scientismo e la psicanalisi sono una declinazione dell'azione terapeutica.... ma quelle vette sono lontane dalle nostre balbettanti conoscenze.




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14 luglio 2014


L’ombra s’insinua nelle fessure delle nostre emozioni e se ne riveste cucendone una maschera che inganna la nostra percezione. Guardarla non significa eliminarla ma impedirle di dominare sul nostro pensiero, le nostre parole, le nostre azioni, la nostra spontaneità. Come si manifesta l’ombra? Dando ragione alle nostre ragioni! Ci giustifica sempre, eviscera le parole del loro contenuto e le colma di verosimiglianze! Il tradimento di un amicizia; l’infedeltà ad un coniuge, la delusione verso un figlio o il tradimento del genitore che lo paragona ad altri figli; quando ne siamo gli autori ha sempre il sapore dell’eccezione, dell’unicità: <<il mio tradimento non è come quello degli altri>>;<<le mie ragioni sono evidenti!>>; << la stronzaggini di mio figlio, di mio marito di mia moglie è lì palese, evidente>>;<<l’autoreferenzial ità e incapacità di esprimere affetto nei miei riguardi della persona con cui vivo è palpabile>>. Il nostro agire è sempre “unico” e non assimilabile alla banalità di comportamenti analoghi! Ma non funziona così! Sarebbe troppo semplice oltre che comodo se funzionasse così. La coscienza a differenza dell’ombra mi dice le cose come stanno, senza ammiccamenti: <<io so che ciò che scelgo e desidero azzera tutto, lo sento e percepisco più importante di chiunque e di qualsiasi convenzione, sono disponibile ad andare contro tutto e tutti per difenderlo>>. L’ombra non usa questo linguaggio chiaro, si maschera e rileva le ragioni che danno ragione al mio agire! E poi dove finisce il bene e inizia il male? A volte i punti di confini sono cosi mobili da perderne la comprensione! La figlia di Erodiade, prima di rispondere a Erode chiede alla mamma e entrambi non si fanno domande se è giusto o sbagliato chiedere la testa di Giovanni. E’ la figlia ideale, obbediente senza se e senza ma! Il generale che porta Uria sotto le mura dei filistei per lasciarvelo solo a morire è fedele e leale verso Davide, una fedeltà e lealtà che si limita solo al Re disponibile a colpire anche chi fa parte della cerchia e vi corrisponde ma è spietata con chi non vi aderisce o diventa sgradito al re. Io so che le mia azioni, ogni mia azione, non si esprimono dentro una bolla di sapone ma interagiscono direttamente e indirettamente con chi mi sta attorno L’ombra ci dice, di non preoccuparcene, di non rinunciare a nulla perché poi, alla fine di questa vita, non c’è nulla.




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10 luglio 2014




Vi sono “episodi”, nella vita di ognuno, che diventano “frontiera”, quando vi si torni con la mente; è il confine tra un “prima” e un “dopo”; a partire dal quale, tutto viene visto con occhi diversi.
Può essere un moto dello spirito o un evento della storia, ma il risultato non cambia.
Nulla può più essere come prima.
E ‘raro averne consapevolezza, per l’incapacità di sottrarci all'oppressione del presente.
Eppure abbiamo la presunzione di avere un qualche controllo sul tempo!
Chi potrebbe dire la differenza tra le ventitré e cinquantanove del 31 dicembre, e le zero e un minuto del 1 gennaio; o tra il giorno che precede la ricorrenza del proprio anniversario e quello che lo segue, chi potrebbe riconoscervi un prima e un dopo, la linea di confine tra uno spazio e l’altro?
Sappiamo che la misurazione del tempo è una convenzione, null'altro che una convenzione!
L’unica unità di misura visibile, all'uomo è quella tra il giorno e la notte, la giornata; vi è buon senso nella tradizione israelitica di considerare l’inizio della giornata con il tramonto e la sua fine con il tempo che precede il tramonto del giorno dopo; vi è buon senso, forse saggezza, nel “contare” le giornate.
Dovremmo misurare il tempo a giornate in particolare il tempo della nostra vita personale.

Ad esempio chi, come il sottoscritto è nato alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, ha “potenzialmente”, aspettative di vita tra i sessanta e i settanta anni, vale a dire tra le 21.900 e le 25.500 giornate (mio padre è morto a 66 anni a circa 20.090 giornate vissute e diceva di avere navigato abbastanza..) , i più forti ottanta anni, cioè 29.900 giornate.
La misurazione in anni dà l’impressione di avere chissà quale durata, in realtà abbiamo un tempo limitato ed il tempo è l’unica nostra ricchezza, non è rinnovabile, e va ad esaurirsi.
Io ho "vissuto" 20.805 giornate, quindi secondo le previsioni, statistiche, me ne rimangono 4695 se appartengo alla media, oppure 9095 se appartengo alla categoria dei più forti.
Tuttavia nulla impedisce che io muoia questa notte.
Ho la sensazione che il conteggio a giornate dia una migliore percezione del tempo, in particolare ci dia la capacità di “vivere” il presente e coglierne tutti i doni.
Continuo a stupire di questa incapacità “di godere” di quel che il presente ci dà.
E mi riferisco ai “normali”, non certo agli “sfigati” che di buone ragioni di lamentela, verso giornate spesso vuote e desolate, ne hanno a iosa.
Vi è una qualche ragione nel “salmista”, la dove afferma che il saggio è colui che ha il dono di saper contare le proprie giornate.

In fondo la questione del senso della vita si riduce a questo: la capacità di godere il presente, sapendo che è il punto dinamico di congiunzione tra il passato che abbiamo in qualche modo costruito, e il futuro che possiamo ancora determinare.
Tutto qui...!!




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8 luglio 2014


Credevo di percorrere i margini di una geografia emotiva, la mia... 

...e ho trovato i confini di un oceano inesplorato!





Dove finiscono le parole non dette? Prendono forma nei luoghi profondi della carne lì dove corporeità psiche e spirito s’incontrano, nascono da situazioni, volti, condizioni che le cristallizzano in quelli che noi chiamiamo stati d’animo, emozioni, sensazioni. Parole che palpitano che debbono incontrare chi le ha provocate, che hanno bisogno di ascoltatori di trasformarsi nel linguaggio della relazione che esigono l’incontro. Nel silenzio costruiamo la nostra geografia interiore. Vi sono continenti, catene montuose, cime innevate, valli profonde, pianure attraversate da fiumi, deserti invivibili, sorgenti cristalline e paludi mefitiche, abissi orridi, laghi, mari, oceani, isole, echi che trasmettono all’infinito gioie, dolori, amori e macerie, macerie formate dai mille idoli che abbiamo edificato e poi distrutto; sono le nostre illusioni divenute disillusioni. Guardare una persona sentire in ogni fibra la consistenza della sua presenza e tacere! Dove vanno a finire le parole non dette?




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8 luglio 2014


L'amore è l'unica supplenza capace di mettere in relazione..
...gli universi paralleli dell'uomo e della donna!




Solitudine e precarietà, questa e la condizione dell'uomo! E' la nostra condizione naturale ma non potremmo sopravvivere a lungo  in questa cosciente e perenne dimensione. Le relazioni umane, dirette ( con le persone che compongono il nostro piccolo recinto affettivo e sociale) e indirette con il contesto sociale ed economico, relegano in profondità la concretezza lancinante della nostra solitudine. Anche la precarietà appartiene alla nostra dimensione naturale e culturale; quel che teniamo sotto controllo di noi stessi e dell'ambiente circostante e' niente ed è per questo che  impariamo ad adattarci a partire dagli affetti, e la continuità di comportamenti e situazioni si trasforma in surrogato della stabilità. Alla fine ci "crediamo" che non siamo soli e che "siamo stabili". E' importante che periodicamente lo schema dell'adattamento salti: un amore imprevisto, una sofferenza lancinante, una morte che si voleva negare; un fallimento professionale, una malattia severa, perché queste situazioni ci permettono di soffermarci sul "senso" di quel che facciamo, di come viviamo, della direzione in cui va la nostra vita. La solitudine parla attraverso il silenzio, trattenendo e seminando con il "non detto" il terreno delle nostre emozioni. I fiori, l'erba, gli alberi che crescono li sono visibili  solo ai nostri occhi interiori.




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6 luglio 2014





Non sono tantissime le situazioni veramente importanti e costruttive per se ( poiché vi sono anche cose importanti ma distruttive del se) che non si possono avere o vivere ed e' necessario rinunciarvi. Occorre scoprire che nella rinuncia vi e' un piacere o che dalla rinuncia verrà un piacere. Entrambe le percezioni faticano nello spazio angusto del presente. Per trasformare la rinuncia in apprend
imento sono possibili solo tre movimenti: rimuovere, comprimere, mettere da parte.
Rimuovere accentua la ricerca di compensazioni per lo più corporee, alcune sane come il correre, nuotare, camminare con passo sostenuto, la conoscenza costruita su fatiche poderose; altre insane come il mangiare e il bere esagerati o la ricerca esasperata del piacere. Il rimosso s'incide nel nostro animo come certi rigagnoli nella roccia e segna la nostra biografia. Siamo come siamo anche perché è accaduto ciò che li è ricordato. Solo noi sappiamo chi o cosa ha lasciato quel segno.
Comprimere significa schiacciare in spazi angusti quel che non può starvi provocando il diffondersi della tensione in tutto il corpo. Pare che dall'interno venga una pressione che deve sfociare in qualche modo e da qualche parte. Certe rabbie e riduzioni della tolleranza vengono da questo schiacciamento pervicace di ciò che è impossibile ridurre. Certi tagli nel corpo di adolescenti vengono da questa tensione.
Mettere da parte significa riporre in in angolo del cuore un tesoro prezioso a cui è' impossibile rinunciare. Il tragitto che porta a quel luogo segreto lo conosciamo solo noi, solo noi possiamo arrivare li e, anche se lo dimenticassimo dentro le mille incombenze della vita, basta un inezia a ricordarci di quel tesoro che è nostro, solo nostro!




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5 luglio 2014





L'acqua esiste perché l'uomo e ogni creatura a sangue caldo ha sete, non viceversa. 


Una giornata intera con una bambina iper frenetica che ripete in modo ossessivo frasi senza senso apparente. Dicono che le piace la musica frenetica ma si calma solo quando metto Divo o Bocelli, sembra che quelle note le entrino dentro calmandola e rasserenandola; non si ferma mai e contrae perennemente il suo corpo se però l'abbraccio e stiamo fermi si rilassa e calma per decine di minuti carezzandomi i capelli.


Per l'assetato un solo sorso dice tutta la freschezza della sorgente.




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4 luglio 2014


Il pensiero umano prende forma attraverso "parole" e si organizza attraverso frasi che ne definiscono il senso per colui che pensa. In qualche modo danno consistenza alle emozioni e "stati d'animo" e alla consapevolezza che ne abbiamo. Poi, questi pensieri daranno origine ad azioni e relazioni, o immobilismi e "paralisi". Il pensiero unisce, in modo per noi indescrivibile, le "profondità" del nostro agire con il mondo circostante. Se il significato delle parole non e' condiviso o, peggio, non lo abbiamo chiaro o travisiamo, costruiamo stati d'animo che non aderiscono alla realtà. Diventa pensiero sradicato dalle situazioni e persone "concrete", un pensiero "parassita", che si incardina nella mente esaltando ansie e angosce o euforie illusorie. Anche le azioni e relazioni che ne scaturiscono sono segnate dagli effetti del "pensiero parassita". Non è fatica inutile soffermarci sul significato delle parole importanti e "impegnative":
amicizia, amore, giustizia, vita, morte, fede, cura, corpo, responsabilità, piacere, gioia, felicità, serenità, pace, guerra. E' necessario uscire dalla "marmellata" in cui le abbiamo trasformate. Chiarire almeno il significato che hanno per noi, prima di comunicarle ad altri.




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2 luglio 2014




Vi sono frasi che rischiarano ferendo a morte. 

Trafiggono dove non c’è difesa. 

Affermano al di là di ogni intento contrario che colui verso il quale ti sei messo a nudo ha inteso e visto cose che non ti appartengono. 

Ti ritiene capace di un gesto inaudito! 

Che altro c’è da dire?




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2 luglio 2014




Chi o cosa fa sentire un essere umano in diritto di dire a un altro essere umano <<mi hai deluso!>> Quale luogo del corpo o dello spirito viene ferito dalla constatazione di quanto l'altro ci svela di se' o ci pare di percepire?L'immagine che ci eravamo fatta di lui sulla base di affinità? Scoprire che vi sono luci e ombre, che spesso non vogliamo vedere in noi stessi? Che non e' il nostro clone?
Che non corrisponde alle nostre aspettative?
Usiamo sempre noi stessi come unità di misura del valore dell'altro. Anche per questo raramente ci aspettiamo di apprendere qualcosa in umanità dai nostri "incontri". Abbiamo bisogno dell'altro, per scaldare il nostro cuore, ma non ci interessa veramente conoscerne la diversità come esperienza umana. Trovo di una violenza inaudita questa frase, usata spesso con figli, mariti, a volte padri, anche con amici. Appartiene al vissuto femminile, raramente e' usata da un uomo. Fa il paio con l'altra, usata come risposta, per lo più verso il figlio che dipende affettivamente << mi vuoi bene mamma?>><< Quando sei bravo!>> In realtà solo le madri sono capaci di curvarsi sui figli anche quando vengono su storti e disastrati, ma quella frase non corrisponde a questa capacità di amore. Esprime la mannaia della delusione, quella che non mi fa più sentire amato.




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30 giugno 2014






Mia madre. Mi ha tenuto per nove mesi nel suo bacino. L’avevano sconsigliata: era alta un metro e cinquantotto, aveva 44 anni e il diabete. Lei non ha ascoltato nessuno. Sono nato che pesavo sei chili e mezzo. Un enormità. E’ rimasta sventrata, l’hanno ricucita dall'utero all'ombelico, chiudendolo. Lei, analfabeta, mi ha insegnato il linguaggio. Per insegnare che la parola pancia corrisponde al luogo in cui avvengono tanti gorgoglii con significati diversi non occorrono lauree, ma dedizione a amore. Solo in questo modo noi costruiamo nei primi tre anni, di vita, le basi del nostro futuro lavoro cognitivo e di elaborazione delle esperienze, la nostra capacità di pensiero razionale. Noi pensiamo attraverso parole non tramite emozioni informi. Mi ha insegnato parole siciliane, ho dovuto in seguito fare un lavoro di traduzione nella lingua del “continente” ma pare che la cosa abbia funzionato comunque. Lei mi stressava per i non risultati scolastici, perché non svuotavo la pattumiera, lasciavo le cose in giro, rispondevo male. Lei mi raccontava le sue preoccupazioni economiche, il non riuscire ad arrivare a fine mese con lo stipendio di mio padre e mi chiedeva consiglio sulle spese da fare, questo mi faceva sentire importante. Lei affermava con sicurezza che nessuna donna mi avrebbe mai amato per il mio “caratteraccio”. Lei diceva che dovevo diventare come mio fratello che andava bene a scuola. E’ la prima donna che ho visto in mutande e reggipetto, mi sono masturbato con questo pensiero e devastato di sensi di colpa. Lei sapeva di essere “padrona” della mia vita e del mio corpo. Non dimenticherò mai la volta che ha fatto vedere alla vicina che stirava camice che io portavo ai clienti, il mobiletto nuovo sotto la finestra di fianco al water su cui stavo cacando, mentre stavo cacando. Avevo 14 anni. Non ho mai sopportato quando mi diceva in strada <<bacia la Pinuccia>>. Con il latte mi ha fatto metabolizzare il senso di gratitudine per avermi messo al mondo, e una sorta di gratitudine verso ogni donna, quasi fosse loro dovuto qualcosa in partenza e comunque. Trovo che vi è una grande tentazione in questa presunzione di essere padrone della vita e voler decidere della vita degli altri: mariti, figli, fratelli, solo degli amanti no, dei padri non si può e poi bastano le madri e mogli. Viene dalla esperienza di una vita portata dentro il proprio corpo. Devo tutto a mia madre: il mio corpo enorme e protettivo, le basi del mio pensiero razionale, la capacità di immedesimazione e l’educazione emotiva che mi ha dato, la capacità di condividere spazi anche angusti (eravamo sette in 35 metri quadrati), rispettando le esigenze di ognuno. Specialmente le devo l’avere espresso fino in fondo una femminilità piena con tutte le sue assertività e imposizioni affettive (solo una donna sa dosare e usare la distanza e vicinanza affettiva per “convincere” sulla bontà delle sue decisioni e “suggerimenti”). Solo questa chiara e radicale femminilità mi ha permessi di liberarmi emotivamente di lei e di ogni ricatto e subordinazione verso le donne “imparando” a conoscere il mio “maschile” (perché nessun padre me lo ha insegnato) e costruire con fatica relazioni di reciprocità.




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28 giugno 2014




In ogni relazione entra in gioco l'intelligenza razionale e l'intelligenza intuitiva quella che misura l'intensità emozionale necessaria affinché l’incontro sia autentico o meno e questa è relativa a aspettative, turbamenti, desideri personalissimi. Vi è' una differenza tra l'intelligenza intuitiva maschile e femminile ed è la diversa capacità di introiezione tra uomo e donna. Radicale e intensa quella femminile; superficiale e discontinua quella maschile. Il punto d'equilibrio tra distanza e vicinanza, rispettoso della libertà, della dignità e del pudore di entrambi, tra un uomo e una donna, e gli eventuali equivoci che ne scaturiscono sta tutto in questa diversità. La fatica è sempre quella di evitare l'eccessiva vicinanza o l'eccessiva lontananza. La prima rischia di non corrispondere ad esigenze reali ma di sottostare al ricatto gratificante di una seduzione stregante, la seconda esclude ogni immedesimazione e comprensione umana. La prima dovrebbe “sempre” venire evitata, a volte la seconda è necessaria.





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22 giugno 2014





In ognuno ci sono sentieri che devono essere percorsi da soli, che non portano alla società, che ci sottraggono allo sguardo pubblico indicibili anche a chi ci ama La vita non è fatta solo di terra arabile e produttiva, delle innumerevoli azioni che caratterizzano l'uomo "faber", l'uomo che fa; ma anche di montagne di sogni, di abissi di dolore, di voragini di struggimento. Nella solitudine personale vi è' il "caos" di energie informi; nelle relazioni, da quella duale dell'origine, alla trama fitta di una quotidianità ordinaria creiamo e costruiamo la nostra personalità e diamo forma sia all'amore che a forze distruttive, entrambi palpitanti dentro di noi. L'uomo sperimenta immediatamente che caos e creazione avvengono in lui, tuttavia non li vede appaiati, eppure agiscono in ogni nostra relazione. Dalla distanza apparentemente incolmabile di una diversità che pur ci fa percepire famigliari e intimi di coloro che incontriamo, sperimentiamo le nostre "conoscenze" umane. Questo è il significato letterario del verbo ebraico "conoscere": stare immediatamente in contatto, fare esperienza nel percepire l'altro e la realtà così com'è. Questo è il terreno "solido" su cui poggia la nostra libertà.




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17 giugno 2014









Le parole comunicate si trasformano in creature palpitanti quando attraversano l'ascoltatore; s'incarnano nel suo corpo e suscitano risposte, reazioni e contro reazioni, raggelano se raggiungono zone glaciali, s'infuocano se avvicinano luoghi di passione. Solo la comunicazione "banale", nel senso di quotidiana diffusa, trasmette parole imbalsamate, comunicazioni e risposte di servizio, passaggi di
informazioni, anche se, a volte, tono e timbro possono lasciarle vive nell'altro. Ma la comunicazione che cerca l'incontro ha bisogno di immedesimazione; sentire che ciò che si muove dentro l'altro e' simile a quel che si muove dentro di me; che partecipiamo a un comune destino; che siamo intrisi di una comune umanità. E' l'immedesimazione, parola svuotata e violentata, che permette un ascolto capace di trattenere viva e palpitante la parola dell'altro senza lasciarla trascinare nell'oblio in cui abbandoniamo quello che ci distoglie da noi. Solo questa capacità di guardare negli abissi del nostro dolore, delle nostre paure, dei nostri desideri, della nostre fragilità, delle nostre energie, delle nostre ombre e delle nostre luci consente l'immedesimazione che è' la condizione di incontri sostanziali e di percezione "generosa" dell'altro nella sua alterita'. C'è un linguaggio del corpo, intendendo la dimensione unitaria e integra dell'essere umano, da apprendere come s'apprende una lingua sconosciuta. Anche nella sfera sessuale c'è un linguaggio da apprendere. Perché il rapporto con il proprio corpo e' personalissimo e si dipana nel mistero di ogni biografia.Occorrerebbe guardare il corpo dell'altro, a occhi chiusi, attraverso le mani, mani che sfiorano e accarezzano, come sa essere solo la mano femminile, non artigli che arpionano come spesso e' la mano maschile. Percorrerlo sentendone le vibrazioni, i punti caldi e freddi, gelidi e infuocati, imparandone il linguaggio. Perché il linguaggio condiviso e' il presupposto di ogni comunicazione e incontro essenziale.




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14 giugno 2014




Ascolto i desideri di persone di età e condizioni sociali diverse.
Il desiderio degli uomini:
Nell'adolescenza l'esigenza è dipanare la nebbia da cui ci si sente avvolti e trovare una donna;
Da giovani uomini, diciamo dai 20 ai 30- 35 anni, è trovare una posizione lavorativa, identità sociale e la donna giusta;
Da giovani adulti, 35-45, anni è la stabilità economica e famigliare e l’amore, con la donna giusta, che potrebbe anche non essere la moglie e madre dei suoi figli;
Da adulti maturi, 45-60, è l'amore;
Da anziani. 66-75 anni è la resistenza all'invecchiamento;
Da vecchi, 75 in su, è l'intestino, la digestione, l'odore, gli sfinteri, la prostata, ecc.
Nelle donne:
In adolescenza è l'amore e dipanare la nebbia del presente;
Da giovane donna è l’amore con l’uomo giusto e trovare identità lavorativa identità sociale, mista ;
Da giovani adulte è l'amore e il consolidamento famigliare e lavorativo;
Da adulte mature è l'amore come ultima possibilità;
Da anziane la paura dell'invecchiamento;
Da vecchie l'intestino lo sfintere, la vescica, la digestione, ecc.
Gli uomini sono “ragazzi” fino a cinquant’anni, non lo sanno che sono uomini fatti dai diciotto, sono monocordi, vivono a una sola dimensione e fingono di crederci. Quelli che non ci credono soffrono.
Le donne no, sanno di essere donne a vent’anni, ma si adattano al livello degli uomini, sono stressate perché vogliono tenere tutto insieme: L’eroina pronta a difendere i deboli; L’amazzone capace di proteggersi da sola; La professionista autonoma e economicamente indipendente; la madre dedicata alla costruzione delle basi cognitive ed emotive del figlio, cosa che nessun padre saprebbe fare mettendoci la stessa energia e presenza; La principessa che attende il principe azzurro che la porti sul suo cavallo bianco nell'isola dell'amore.
La donna è integra e vorrebbe tenere insieme tutto, ma in questa realtà maschile, scissa perché l’uomo è scisso, è impossibile, per questo soffre sempre.




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8 giugno 2014





Il corpo che possediamo non l'abbiamo scelto. Ci è' stato dato attraverso la memoria fisiologica dei nostri genitori. Non è bello o brutto, grasso o magro, alto o basso e' il nostro corpo! Tutto quello che abbiamo di concreto e siamo e' li dentro. E' lui che ci consente di vivere in pienezza questa vita, stare bene con noi stessi, con gli altri, trovare il nostro posto nella società; oppure sopravvivere con frustrazione , senso d'inferiorità, mal contentezza cronica. Lo conosciamo progressivamente in modo unitario ma nell'adolescenza il raffronto con il corpo degli altri o gli standard estetici del periodo ci separano dal nostro corpo trasformandolo nello "sconosciuto sempre con noi".
Ho visto per un certo periodo una giovane donna molto bella, una bellezza fissa, inespressiva, perenne, morta.
Era infastidita dal mio disinteresse per le sue variazioni sull'unico tema che rappresentava ed ero deciso a chiudere il rapporto. Il timbro della voce diceva il fastidio. Si può rendere inespressivo un volto ma non il parlare. Ha sbloccato lei la situazione portandomi un giorno una fotografia del suo volto al risveglio e disse<< io sono così, le piace?>> risposi, <<qui , in questa fotografia c'è una persona vera, mentre davanti ai miei occhi c'è uno "scatto", il suo viso è' come una porcellana la cui superficie e' impenetrabile, allo stesso modo lei rappresenta il suo corpo, c'è qualcosa di mortifero nella sua bellezza>>
Cos'è la bellezza in una persona? Cosa fa bella una persona?questa domanda ha attraversato tutta la mia vita e mi arrovella ogni volta che ho di fronte una persona che si sente non bella o addirittura brutta pur esprimendo un intensità che la rende interessante e suscita il desiderio di conoscenza.
Per quanto mi riguarda l'ho risolta con Cyrano. Quello di Rostand anche se Guccini ne è abbastanza fedele.




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6 giugno 2014




L’uomo è l’unico vivente capace di parlare; altre creature comunicano senza esprimere un pensiero ma solo pulsioni, forse emozioni. Solo la parola consente all’uomo di stare con se stesso di dialogare con il proprio mondo interiore, con i sogni, i desideri, le paure, le angosce, di fare esperienza di se e incontrare l'altro

o.

L’essere umano è capace di tacere, ma il semplice tacere e' , spesso un sottrarsi frustrante e rancoroso, oltre che auto svalutante, all'espressione di se. 




Solo l'essere umano e' capace di silenzio; quel silenzio che dopo i frastuoni iniziali dei pensieri arrovellati e ingarbugliati li lascia decantare nell’essenzialità delle cose che danno senso e significato a una vita e, ancora più giù, fa fare esperienza del vuoto che apre verso l’infinito e le potenzialità di una vita. Li, in quel punto, sta lo zoccolo duro della nostra libertà, della lotta tra bene e male. La spinta a predare il possibile, anche a discapito degli altri, perché in fine << l'unica certezza e' la morte>> la mia morte individuale; oppure sperimentare nell’incontro profondo e nella cura reciproca la consistenza di un umano capace di sciogliere i ghiacci dell’egoismo e dell’isolamento livoroso facendoci amare veramente la vita, quella che stiamo vivendo non un'altra che non c’è. Solo così saremo capaci di condividere e di guardare in volto ogni sofferenza, senza trapassarla con i nostri sguardi vacui, e di amare, <<con tutto me stesso>>chi diciamo di amare, perché l’altro non mi sottrae nulla, al contrario mi consente di fare, veramente, esperienza di me.




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3 giugno 2014







..vi sono i tempi in cui occorre abbassare lo sguardo a terra... 

..senza dimenticare mai il cielo...


E’ la resistenza auto conservativa delle nostre comodità, la diffidenza e inimicizia che esprimiamo verso gli esseri umani: una parte, la più parte, tutti? Esclusi i componenti del recinto ovviamente! I coabitanti il nostro pollaio elettivo! Li dentro si esaurisce la nostra umanità.

Ci protegge dalla consapevolezza esistenziale che in ogni essere umano che abita questa terra c’è tutta la dignità e le potenzialità dell’umanità.

Come potremmo altrimenti non sentirci lacerati nella carne dal fatto che ogni trenta secondi muore un bambino sotto i cinque anni per mancanza d’acqua, di alimenti, di farmaci, per violenza. Che nel mondo ci sono 150 milioni di bambini che vivono in strada, che miliardi di persone non hanno gli alimenti essenziali, che centinaia di milioni di uomini, donne, bambini sopravvivono senza avere un tetto stabile sopra la testa, che migliaia e migliaia muoiono nell'indifferenza generale tentando di costruirsi un futuro migliore;  e che tutto questo e' possibile perché l’ordine del mondo consente solo a una piccola parte di cui siamo parte di godere i prodotti della natura, della scienza, della filosofia, dell’arte, della bellezza. E' la civiltà! Ogni avanzamento lascia qualcuno per strada, si giustificano. Non vi è nulla di nuovo nello sviluppo della cosiddetta civiltà dei paraculati, da quando Roma donava munificamente il pane ai romani affamando il sud Africa e la Sicilia.

Il disprezzo per gli esseri umani monitorati, soppesati, radiografati nei loro difetti è l’analgesico che lentamente rilassa le nostre viscere, acquieta l’inquietudine e rende dimentichi della comune umanità. Quella comune umanità che ci fa simili nelle fragilità e miserie e unici nei talenti che abbiamo a disposizione per superare insieme i limiti a fronte dei quali da soli soccomberemmo. Quel che ci unisce in umanità è infinitamente di più di quel che ci divide in cultura, storia, religioni, abitudini, costumi. Se guardiamo con lo sguardo dell’aquila la storia e lo sviluppo dell’uomo, queste divisioni,apparentemente così insormontabili, hanno la consistenza e durata di una cagata di piccione.




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3 giugno 2014





Ogni tanto sogno di essere ancora in caserma, non è proprio quella in cui sono stato più di quarant'anni fa ma la sensazione d'angoscia e' la stessa. L'impossibilità di raggiungere se non con un telefono a muro, dopo lunghe attese nervose verso chi ti sta davanti mentre aspetti, e di chi ti sta dietro, quando finalmente hai raggiunto l'apparecchio e infilato i gettoni; nel frastuono e senza inti
mità, il mondo e le persone cui sai di appartenere.
L'esperienza è' stata forte; ne sono sopravvissuto con mezzi buoni e meno buoni; ho subito umiliazioni ( un gavettone enorme e un materasso che non e'stato cambiato per tutto il mio periodo di leva) prevaricazioni e provocazioni da un capitano esplicitamente fascista in particolare nei riguardi della mia frequentazione della facoltà di sociologia a Trento. Ho organizzato, con alcuni compagni ( all'epoca ci chiamavamo così) una scuola serale per analfabeti che erano un terzo degli effettivi di quella caserma definita "punitiva". Ma niente di tutto questo era vero motivo di dolore; vi era rabbia, insofferenza, organizzazione metodica di una resistenza possibile, ma non vera sofferenza. Il dolore, quello lacerante, che mi svegliava di notte con la voglia di piangere che mi spingeva a urlare alle stelle nei turni di guardia in polveriera, era l'inutilità li, in quella situazione, dell'amore che mi colmava senza poter uscire anche con un semplice gesto per la donna e le persone che allora davano senso e significato alla mia vita. Ecco quando torna in superficie quel sogno, con la medesima forza di allora, riesplode quell'angoscia e sembra appartenere all'oggi.




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2 giugno 2014




Non sopporto i litigi, in particolare con le persone care, familiari, le più vicine. Escono dalla bocca frasi violente cattive; schegge esplosive gridate per lacerare e ferire, parole trattenute a stento sgorgano con violenza per procurare dolore sapendo di farlo. Provengono da antri dell’anima che fungono da ripostiglio caotico di frasi non dette quando dovevano essere dette. Sin da piccolo ho visto questi litigi, non li sopporto, li evito a costo di lasciarmi colpire da chi dice di amarmi. Quando mi ci lascio trascinare scopro, stupito, quanti demoni distruttivi scorrazzano liberamente dentro il mio animo, la mia mente, il mio cuore.




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2 giugno 2014




..il desiderio è fatto di attesa, nella veglia di notte sotto un cielo stellato senza che vi sia una stella che ci indichi quel che accadrà...

..il desiderio è una forza, un esperienza di se...

..in ogni desiderio che nasce dal profondo vi è sempre il rischio di perdersi...



Il desiderio è sempre un esperienza singolare perché incontra la mia intimità radicale dice qualcosa del mio essere profondo e allo stesso tempo è una forza che mi oltrepassa. Non è l’io, la coscienza razionale a governare il desiderio, non è la ragione che lo guida ma è il desiderio che ci porta. L’innamoramento è l’esperienza più chiara di questa contraddizione e caratteristica: noi non decidiamo di chi innamorarci è il volto dell’altro che dà forma all’energia che dentro di me è isolo in potenza, è l’altro che dà forma al mio amore, ogni altro che si chiami giustizia, umanità, creato, Dio o il nome della donna o l’uomo che amo. C’ è un desiderio che vuole solo il proprio bene e un desiderio che vuole il proprio insieme al bene dell’altro: il primo è predatore il secondo prodigo. E’ il desiderio di Giovanni il Battista che si tira indietro perché Gesù si veda nella sua pienezza è il desiderio dell’innamorato che fa un passo indietro per il bene dell’altro. Il desiderio è una forza che ci attraversa. La presunzione che l’Io diriga il desiderio è la presunzione dell’uomo autosufficiente che attraverso il desiderio cerca solo il proprio appagamento e non l’incontro con il desiderio dell’altro. Perché solo il desiderio dell’altro appaga il mio desiderio.


Vi è anche un desiderio comune, per gli accessori, i piccoli paramenti che ornano la nostra vita. Illudono di stabilità e sicurezza. E' la normalità. Questo è l'adattamento che ci viene continuamente chiesto Triste la vita che si accontenta della superficie del desiderio.




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1 giugno 2014



E’ logorante desiderare comunque un segno dopo aver condiviso che non ve ne siano.




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30 maggio 2014






Una delle tante parole di cui abbiamo travisato il significato, seppure enfatizzata e abusata e', "crisi". Viene usata prevalentemente con una valenza negativa.
 In realtà il significato indica un vaglio, una verifica, la scoperta della propria verità, un cambiamento necessario. Si usa in medicina per definire il livello apicale della malattia, quando può evolversi verso la morte o la guarigione; si usa nelle cosiddette scienze psicologiche per indicare il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza. E' una crisi la nascita, sarà una crisi la morte e' una crisi ogni separazione.Nella crisi si balbetta si perdono le sicurezze precedenti, si spezza l'asse delle certezze, si è' contraddittori, si desidera chiudere e riaprire allo stesso tempo con la medesima intensità. Dobbiamo  riassestarci, e' quindi un momento di grandi possibilità. Senza crisi saremmo sempre in superficie sguazzando nelle banalità del "si dice" o"così fanno tutti", impermeabili alle nostre e altrui emozioni. Questa condizione di "leggerezza" priva di radici ( che è ben altro della leggerezza di chi ha radici profonde) molti la desiderano; ma e' una condizione di non conoscenza, di ignoranza della vita, di non vita, di morte vivendo.
La parola "crisi" è anche legata a un idea dell'umano, del benessere e del malessere. Noi non siamo statici, siamo sempre imperfetti, cresciamo e modifichiamo attraverso l'esperienza, cerchiamo di superare, sempre, i nostri confini, guardiamo oltre la materia e gettiamo lo sguardo verso l'infinito; guardiamo in noi stessi e scopriamo oltre la coscienza e le emozioni un mondo illimitato, indicibile e indescrivibile. Siamo l'unico mammifero superiore con queste caratteristiche e con in più la parola. Anche gli altri mammiferi comunicano ma non hanno la parola. Quanta gente dice<< non vorrei avere problemi>> e non sa'  che con questa frase evoca la pace del cimitero. Ogni nostro passaggio nella vita e' un periodo di crisi di continua faticosa ricostruzione di equilibri. Detto questo, e nonostante questo, in questo tempo particolare io sono in crisi, per ragioni profonde e nella crisi si soffre, sempre e il  presumere di sapere cos'è non la riduce di una virgola.




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28 maggio 2014


Se faccio un esame di coscienza devo ammettere di essere un bluff


E' così facile azzerare tutto, anche ciò che è più prezioso! Basta un insidioso e turbolento stato d'animo, causato non dal comportamento di chi ne è causa apparente, ma da proprie ferite mai asciugate. E' proprio questo il momento in cui rifiutare, con forza e determinazione, ogni consolazione.



Ci costringiamo a vivere in modo scisso comprimendo la nostra sostanziale integrità, biologica, psicologica, spirituale, sociale, culturale, relazionale autoconvincendosi che basti, un’unica dimensione alla vita: la razionalità e la sessualità; la spiritualità e la razionalità; l’emotività e la sessualità; ecc.. L'uomo scisso vive ogni scelta come spada perché pensa alle 99 che non ha fatto, è sovente lamentoso e lamentevole, le rare volte che rivolge l'attenzione a se stesso; l’uomo integro e unitario e attraversa le scelte perché solo in questo modo ne scopre significati e valore e nulla, ma proprio nulla di quel che accadra  può essere programmato a tavolino




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27 maggio 2014



Verso la fine del secolo scorso mi sono occupato di lavoro di strada a Quarto Oggiaro a Milano. All’epoca era un quartiere pieno di contraddizioni e tensioni sociali fortemente segnato dalla criminalità grande e piccola. Con uno dei ragazzi si era instaurato un rapporto umano forte e un giorno che oziavamo guardando le persone per strada non vedendomi seguire i suoi commenti sulle donne che passavano fissò gli occhi su di me e, con uno sguardo ironico e sarcastico, fermo e intelligente, acuto e intenso mi disse :<< tu della vita non hai capito un cazzo>>. Avevo 43 anni e lui 15, 28 anni di differenza, è una bella distanza. Feci l’adulto seduttivo e manipolatorio e gli dissi <<è vero non so se ho capito cos’è la vita, dimmi tu>> Mi è rimasta impressa la frase perché era chiaro che lui aveva capito qualcosa della vita; la riporto con il linguaggio usato da lui perché è più chiaro:<<la vita è un pacco postale inviato da una figa a una bara, prima non c’è niente e dopo non c’è un cazzo. Alcuni viaggiano in prima classe altri in quarta, io ho avuto la sfiga di essere in quarta classe e farò di tutto per andare in prima>>. Il ragazzino maneggiava già cifre notevoli di soldi per l’epoca e si scopava tutte le ragazzine che subivano il suo fascino, non poche anche depurando alcune sue esagerazioni. Gli dissi con il tono del borghese alternativo: <<tu però rischi di morire per strada presto!>> rispose con una durezza che mi trafisse:<< forse, ma quello che io farò in questi anni tu, nella tua vita, neanche te li sogni>> Questo modo di pensare oggi è comune a tutti i ceti, a tutte le professioni, è diventato normalità, di fatto, anche se i più non lo riconoscerebbero come proprio, anzi negherebbero di avere tali valori di riferimento.

Non è importante sapere come è finita la storia di quel mezzo soldo di cacio, basti sapere che non è morto e oggi è ai suoi figli che racconta cosa ha capito della vita.


E’ duacalzini? Oggi è consapevole e sa di non avere capito un cazzo della vita e periodicamente c’è chi, tra quelli che hanno una certa importanza per lui, glielo ricorda con lo stesso sguardo acuto, ironico, intelligente e dissacratorio. Ha fatto sempre fatica ad uscire dal modo di pensare diffuso perché ne è intriso, gli è sempre stato faticoso disarmare anche perché è esperto nel colpire ed è abbastanza pieno di rancori per farlo senza sensi di colpa, e vorrebbe gridare <<hai ragione, è come dice tu, è tutto una merda e noi dobbiamo mangiarla trasformandola in un pasto prelibato, perché non c’è veramente un cazzo d’altro oltre quello che ti puoi prendere, in questa vita senza senso>> Ma duecalzini è un vecchio patetico come nella scena finale di balla coi lupi, gli sparano addosso ma non ce la fa a staccarsi da quell’uomo o da quella donna che ha imparato ad amare.





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26 maggio 2014



..quando sono con te tutti i pensieri malinconici si tengono lontani dalla mia mente, 

lo stesso luogo senza te mi lascia confuso e svuotato...


Aver “cura di se” non è andare in palestra o mangiare vegetariano ma uscire dalla passività rispetto alla vita! Siamo talmente schiacciati dalla pressione all’adattamento che non riusciamo più a domandarci il significato, nella e per nostra vita, di ciò con cui occupiamo il nostro tempo e le nostre relazioni




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25 maggio 2014



..l'amore per la giustizia ha le sue radici e trova le sue ragioni nell'incontro d'amore... ...vissuto un pienezza tra un uomo e una donna..

Rispetto a quel che da senso e direzione a una vita alcuni, riflettendoci direi pochi, credono alla ragione; molti, penso i più; subiscono il fascino e credono nel potere; pochi, ma proprio pochi, credono nella forza dell’amore.

Eppure solo l’amore che riconosca la dignità incontraibile dell’altro, dai rapporti più intimi sino all’ angolo più remoto delle aggregazioni sociali che coprono la superficie della terra, sa riconoscere le vere ragioni della ragione e svela la miseria e costitutiva friabilità del potere, di ogni potere.




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23 maggio 2014




Occorre adeguarsi alla competizione, alla velocità, alla visibilità per sentirsi accettati. Occorre dominare,anche in amore, per venire rispettati.
Nella nostra società alcuni danno valore alla ragione, i più al potere, nessuno all'amore. 
Chi ama è un perdente. Io sono un perdente.... e amo!




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22 maggio 2014



L'uomo e mille volte molteplice e solo per un certo periodo può vivere come se non lo fosse



Vi sono cose, in noi, che non si possono dire a nessuno, neppure ai più intimi poiché di esse ci si vergogna troppo. Non e' bene che cadano nell'oblio e non vengano mai espresse. I meccanismi grazie ai quali ci rendiamo la vita facile sono fin troppo ben congegnati e collaudati. Si comincia col dire, un po' titubanti: <<veramente non ne ho colpa>>, e in un batter di ciglia si dimentica tutto. E' un comportamento indegno di un uomo che voglia pervenire a una piena e vigile consapevolezza dei propri processi interiori. Occorrerebbe annotare ciò di cui si prova vergogna e poi, dopo molto tempo, quando si trasuda contentezza di se da ogni poro, quando meno ce lo si aspetta guardare inorriditi a ciò di cui siamo capaci a ciò che abbiamo fatto.

Si impara da se stessi se si vuole davvero sapere tutto. Ma occorre non risparmiarsi è trattarsi come se fosse un altro con una durezza non minore ,ma, superiore.




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